Giardini

grezzana

a Eva

Il giardino è uno spazio progettato, riservato alla coltivazione e al godimento di piante e fiori e usato come luogo di ricreazione e passeggio o con pura funzione estetica. La parola francese jardin, risalente al ‘200, deriva a sua volta dal francone gardo, ‘luogo chiuso’.

In Grecia e a Roma L’esistenza di g. in Grecia è attestata già da Omero. Nella Grecia classica ed ellenistica, oltre ai g. annessi alle case, erano molti quelli pubblici collegati a templi o ad altri edifici, ornati di portici, statue e fontane. Famosi i g. del Liceo e dell’Accademia di Atene in cui i filosofi insegnavano passeggiando. Vi erano inoltre i g. funerari (kepotáphia). Nella Roma più antica l’hortus aveva scopo pratico, ma già alla fine della Repubblica fu distinto dagli horti, parchi signorili in cui tagliavano le piante secondo figure geometriche, umane e animali, sino a comporre scene di caccia o episodi mitologici. A Pompei si sono trovati molti g. (viridania) annessi alle case.

Il giardino all’italiana Il g. medievale era racchiuso entro i recinti dei chiostri religiosi o le cinte dei castelli. Nel rinascimento prese forma e si sviluppò, sotto l’influsso della scienza geometrica e della cultura nazionalistica, un g. di impianto simmetrico, spesso disposto su una successione di piani a diversi livelli e su pendenze, con ricercati effetti prospettici e scenografici legami con il paesaggio e l’architettura. Era il cosiddetto g. all’italiana, che divenne una delle più importanti espressioni dell’architettura del ‘500. In essa si esercitarono artisti come Bramante (g. del Belvedere in Vaticano), Raffaello (villa Madama, Roma), Vignola (villa Farnese, Caprarola), Buontalenti, Ligorio (fontane e giochi d’acqua di villa d’Este a Tivoli).

Il giardino alla francese Nel ‘600 e ‘700 il g. italiano ampliò la sua strutturazione architettonica sulla base della più dinamica spazialità barocca, confluendo nella nuova visione di A. Le Nôtre. Questi, architetto dei g. di Luigi XIV, con Versailles e Vaux-le-Vicomte creò il g. alla francese (poi imitato presso le maggiori corti europee: g. di Potsdam, Nymphenburg, Schönbrunn), trasportando quello all’italiana in un ambiente più vasto, fatto di prati, foreste e specchi d’acqua.

Il giardino all’inglese Una svolta si ebbe con la moda del g. all’inglese, nato come reazione al g. formale italiano e francese, la cui prima motivazione fu il ritorno al gusto della natura libera e del pittoresco impostosi col romanticismo. A opera di scrittori e di un gruppo di architetti e giardinieri nacque e si diffuse in tutta Europa la moda del g. paesaggistico. Nell’era dell’urbanesimo e della rivoluzione industriale si aprì il vasto problema del verde nelle aree urbane che coinvolse il g. e le sue implicazioni sociali. Dal ‘verde attrezzato’ degli utilitarismi inglesi e dai primi parchi pubblici (1844-45, Birkenhead Park di Liverpool) il dibattito si ampliò e generalizzò fino agli attuali studi sulle aree verdi delle metropoli.

Giardini orientali e arabi Il g. cinese, riservato a una strettissima élite, volle riprodurre un’immagine amabile e pittoresca dell’Impero. Il g. giapponese è invece più un luogo di meditazione che di svago (basti pensare al giardino zen). Nei templi buddhisti e shintoisti erano frequenti i karesansui (paesaggio arido), miniaturizzazione simbolica della natura (mare, isole, montagne). Quanto ai g. arabi, è probabile che i loro ideatori unissero al gusto persiano per le aiuole a forma di tappeto le conoscenze tecniche di agronomia e idraulica dei Romani. I g. sono inseriti nell’architettura delle residenze principesche tramite la sistemazione di piccoli patii: ad esempio il padiglione del Generalife nell’Alhambra di Granada e i g. dell’Alcázar di Siviglia.


Curiosità

  • Celebri furono nell’antichità i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico. Oltre al giardino pensile, sistemato su una o più terrazze di un edificio, c’è il giardino verticale, che ricopre una parete o un tetto, talora in modo artisticamente pregevole.
  • Il giardino d’inverno è la stanza di soggiorno con una o più pareti vetrate, arredata come una serra.
  • Il giardino magico è una raccolta di piante, fiori e insetti finti, a tinte fantastiche e luminescenti.
  • Il giardinetto è una parte della poppa delle navi. Il nome deriva dall’orticello pensile dei galeoni, posto all’altezza della cabina del comandante, in cui veniva coltivata la poca verdura di cui godeva egli stesso e (per sua concessione) gli ufficiali della nave durante i lunghi viaggi in mare aperto.
  • Tra i modi di dire, la più bella rosa del giardino indica l’oggetto della propria o altrui predilezione.
  • In Sicilia giardino è la parola con cui vengono indicati anche agrumeti e aranceti.

    Approfondimenti

  • wikipedia.org/wiki/Giardino
  • I grandi giardini d’ItaliaI giardini più belli del mondo (Rai 5)

 

Gli orecchini di Giuditta

front

Il workshop per creare gli orecchini della protagonista del quadro Giuditta e Oloferne di Caravaggio (1599). Il regalo che ho fatto a mia sorella per il suo compleanno.

  • 2 perle a goccia (lunghezza ca. 2 cm)
  • 2 mini copriperla
  • 2 chiodini con testa a pallina (lunghezza ca. 3 cm)
  • 2 anellini a molla metallici (diametro 5 mm)
  • 2 gancetti
  • nastrino nero (ca. 15 cm per ogni orecchino)
  • pinza conica
  1. Infila il copriperla nel chiodino, quindi la perla.
  2. Con l’estremità rimasta del chiodino crea, con l’aiuto della pinza conica, un anellino a cui aggancerai quello a molla.
  3. All’anellino a molla aggancia il gancetto. Il risultato dovrebbe essere questo:
  4. SAMSUNGNell’anellino a molla crea un fiocchetto usando il nastrino nero:SAMSUNGSAMSUNG

Il Museo nazionale del Bargello

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

La sede Il palazzo, iniziato nel 1255 per la sede del Capitano del Popolo, dal 1261 fu sede del Podestà. Dal 1574 divenne sede del Bargello o Capitano di giustizia, e fu trasformato in squallide prigioni. Nel 1865 il governo provvisorio di Toscana istituì formalmente il museo e vi trasferì molti nuclei di opere. Dal 1855 al 1861 i restauri di Francesco Mazzei restituirono il palazzo, splendido esempio di architettura gotica fiorentina, all’antico splendore.

Le collezioni Le collezioni di scultura furono aggiunte a un primo nucleo di arti minori nel 1874. La raccolta, prima conservata agli Uffizi, proviene dalle collezioni medicee di Lorenzo il Magnifico, di Cosimo I e dai duchi d’Urbino. Nel 1888 si aggiunsero le ricche collezioni di armi, avori, stoffe, maioliche, islamica di L. Carrand, nel 1899 di Ressman, nel 1906 di G. Franchetti.

SCULTURA

  • XIV sec. Sculture in pietra e marmo: Tino di Camaino, Arnolfo di Cambio, scuola di Nicola Pisano, M. Arnoldi
  • XV-XVI sec. Donatello (S. Giorgio, S. Giovannino, David, Atys, David in bronzo, Niccolò da Uzzano), Michelangelo (Bruto, Bacco, tondo con Madonna Pitti), Giambologna (Virtù che vince il vizio, Mercurio, Aquila, Pavone, Tacchino, Astore)
  • ‘400 fiorentino: sculture in legno, marmo, bronzo e terracotta Formelle di L. Ghiberti (Sacrificio di Isacco), F. Brunelleschi (Sacrificio di Isacco), A. Verrocchio (David, Busto di donna, Resurrezione), Pollaiolo (Ercole e Anteo, Busto virile), Desiderio da Settignano (Busto di giovane donna, Busto di fanciullo), L. Della Robbia (S. Pietro liberato dal carcere, Madonna della mela, Madonna del Roseto)
  • Opere del ‘500 e ‘600 toscani A. Della Robbia (Busto di fanciullo), G. Della Robbia (Presepe), G. L. Bernini (Ritratto di Costanza Bonarelli)
  • Antichi dipinti fiamminghi e italiani XIV-XV sec. Maestro del Codice di S. Giorgio (dittico)

ALTRE COLLEZIONI

  • Medaglie medicee Pisanello, B. Cellini, L. Leoni
  • Armi e armature Frammenti di armatura ‘alla romana’ di Cosimo I de’ Medici

Collezioni di avori; bronzetti, maioliche fiorentine, senesi, di Urbino, Gubbio, Deruta dal XV al XVI sec. Oreficerie e smalti medievali dal XII al XVI sec., di arte italiana, francese, limosina, renana; arte islamica, vetri, bronzi ageminati, stoffe; terrecotte rinascimentali; placchette rinascimentali


IMMAGINE Fonte: 055firenze.it

La Madonna della Seggiola

Palazzo_Pitti_Gartenfassade_FlorenzSeduta su una sedia (da cui il titolo), Maria si volta – il Bambino stretto in un abbraccio – verso di noi. Sulla destra, affiorando dallo sfondo scuro, assiste san Giovannino, che rivolge un gesto di preghiera alla Madonna. Lei, sollevando una delle due gambe coperte da un drappo azzurro, scivola quasi in avanti a creare un ritmo circolare che suggerisce il dondolio del cullare. China quindi il capo verso il figlio, facendo toccare le due teste e creando così una situazione di intima dolcezza familiare.

La Madonna della Seggiola è un dipinto a olio su tavola (diametro 71 cm) di Raffaello, databile al 1513-14 ca. e conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Estremamente curati sono i dettagli, dal brillare delle frange dorate sullo schienale della sedia ai ricami sullo scialle della Vergine, fino allo studiato accostamento di colori caldi e freddi – blu, verde, rosso, giallo – che fanno dell’opera indubbiamente uno dei maggiori capolavori dell’arte rinascimentale. (P. Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008)

Storia. L’opera si trova nelle collezioni medicee fin dalla prima metà del ‘500, ed era sicuramente nata per una collocazione privata, a giudicare dal formato della tavola. La presenza di alcuni dettagli, come la “sedia camerale” e la complessità compositiva, hanno fatto ipotizzare che l’opera fosse stata commissionata da papa Leone X e da lui inviata ai suoi parenti a Firenze. Prima agli Uffizi, venne destinata al palazzo reale nel ‘700 quando, negli inventari, viene ricordata nella camera da letto del Gran Principe Ferdinando; in seguito fu collocata nella Sala di Pietro da Cortona, quindi nella Sala di Giove e poi in quella di Marte. Rastrellata durante le spoliazioni napoleoniche, fu anche a Parigi. Tornata a Firenze, dal 1882 è nella Sala di Saturno.

La datazione viene di solito riferita a dopo gli affreschi della Stanza di Eliodoro (1514 ca). Evidenti le citazioni michelangiolesche, nella plasticità prorompente e muscolare di dettagli come il gomito del Bambino, ma stemperati dal dolce stile raffaellesco. Una tradizione popolare vuole che l’ispirazione per l’opera venne all’artista mentre passava per Velletri, dove vide una contadina che cullava il proprio figlio.

I musei di Palazzo Pitti

Palazzo_Pitti_Gartenfassade_Florenz

La sede. Palazzo Pitti fu costruito intorno al 1458 su disegno di F. Brunelleschi per Luca Pitti e, dopo l’acquisto dei Medici (1549), ampliato da Cosimo I (cortile dell’Ammannati 1558-77) che volle farne un palazzo di rappresentanza. L’aspetto attuale della facciata si deve a Cosimo II. Divenne dimora dei Granduchi di Asburgo-Lorena e per breve tempo reggia dei Savoia (1865-71). Sulle volte vi sono affreschi di Pietro da Cortona e Ciro Ferri. Il giardino di Boboli che orna scenograficamente il palazzo fu progettato da N. P. Tribolo nel sec. XVI e vi si trovano sculture di Giambologna.

Le collezioni. La Galleria Palatina, ovvero ‘di palazzo’, ospita un insieme organico di pitture dei sec. XV e XVI. La collezione, iniziata da Cosimo I Medici e ampliata dai Lorena, fu aperta al pubblico nel 1828 e nel 1911 ceduta allo Stato da Vittorio Emanuele III. Nel Palazzo sono ospitate anche ricche collezioni di costumi, porcellane e carrozze, che costituiscono altrettanti musei specifici.

GALLERIA PALATINA

  • Pittura italiana del ‘400, ‘500 e ‘600 Filippo Lippi (Madonna col Bambino e storie della Vergine), Botticelli, Tiziano (Concerto, La Bella, Gentiluomo), Caravaggio (Amore dormiente), Andrea del Sarto (Storia di Giuseppe Ebreo, Assunta), Raffaello (La donna velata, Madonna del Granduca, Madonna della Seggiola, Agnolo Doni, Maddalena Doni), R. Ghirlandaio (Ritratto di orefice), Bronzino, Tintoretto, Rosso Fiorentino, Veronese, S. Rosa
  • Pittura straniera P.P. Rubens (I quattro filosofi), B. E. Murillo, A. van Dyck (Ritratto del card. Bentivoglio), D. Velásquez, J. Sustermans (Ritratto del Principe Valdemaro, Cristiano di Danimarca)
  • Toscani del ‘600 J. da Empoli, C. Dolci (Il martirio di S. Andrea), L. Cigoli, Volterrano (Burla del Pievano Arlotto)

APPARTAMENTI MONUMENTALI

Già residenza dei Medici e dei Lorena, poi reggia dei Savoia. Comprendono sale riccamente decorate e ammobiliate perlopiù in stile Luigi XVI e neoclassico con preziosi arredi e oggetti d’arte dal XVI al XIX sec.

GALLERIA D’ARTE MODERNA

Rappresentativa della pittura e della scultura prevalentemente toscane dalla fine del 700 al 1920-30 ca.

  • Arte neoclassica A. Canova, P. Benvenuti, G. Landi
  • Pittura dei macchiaioli G. Fattori (La Rotonda Palmieri, La cugina Argia), S. Lega (Passeggiata in giardino, La visita alla balia), T. Signorini (Bagno penale a Portoferraio), F. Zandomeneghi (Ritratto di Diego Martelli)
  • Post-macchiaioli G. Ferroni, N. Cannicci, P. Nomellini

MUSEO DEGLI ARGENTI

Presenta una delle più vaste raccolte di oggetti in metallo preziosi (piatti in argento dorato degli orafi di Asburgo, XVI-XVII sec.), pietre dure (vasi della collezione di Lorenzo il Magnifico e dei Granduchi), cristalli di rocca (cassettina incisa da V. Belli, 1532), avori, cammei e gemme incise (raccolta medicea), i gioielli dell’Elettrice Palatina, porcellane cinesi e giapponesi, ricami


IMMAGINE Fonte: it.wikipedia.org

Venere, dal mare di Cipro ai fiori d’arancio 2/2

PrimaveraImmagine1

In un ombroso boschetto di aranci – il giardino delle Esperidi – dietro ai quali si intravede un cielo limpidissimo, sono nove figure. Da destra, Zefiro insegue la ninfa Clori; questa, da lui fecondata, si trasforma in Flora/Primavera, dallo splendido abito fiorito, che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo. Al centro è Venere, con un drappo rosso e blu sulla veste di seta, mentre subito accanto le tre Grazie danzano intrecciando le mani. All’estrema sinistra Mercurio, coi suoi tipici calzari alati, scaccia le nuvole con il caduceo per preservare la primavera, e ignora la Grazia che si volta a guardarlo (immagine), a sua volta ignara di Eros che, in alto a tutti, è intento a scagliare una freccia verso di lei. Il suolo è un prato verde disseminato da un’infinita varietà di specie vegetali e un ricchissimo campionario di fiori: nontiscordardimé, iris, fiordalisi, ranuncoli, papaveri, margherite, viole, gelsomini…

La Primavera fu commissionata a Botticelli da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino del Magnifico, per la sua villa di Castello, dove la vide Vasari nel ‘500 – insieme alla Nascita di Venere – e ne riconobbe i personaggi. Incerte e differenziate sono le proposte sul significato della scena: alcuni vi individuavano sotto abiti mitologici fiorentini contemporanei come Giuliano de’ Medici e la sua amata Simonetta Vespucci, altri vi riconoscevano una mascherata di giovani fiorentini, di quelle messe in voga da Lorenzo per il carnevale. Il dipinto è stato anche decifrato come una sorta di calendario agreste, raffigurazione dei mesi dell’anno dedicati ai lavori agricoli.

Ma più convincenti sono le interpretazioni che evidenziano i legami dell’opera con la cultura letteraria e filosofica laurenziana. Il primo a muoversi in questa direzione fu Warburg nell’800, che interpretava la Nascita di Venere e la Primavera come parti di un dittico ispirato da Poliziano, che raffigurava la dea nei momenti successivi della nascita e dell’arrivo nel suo regno. Anche Panofsky collega i due quadri, ma li ritiene una celebrazione delle “due Veneri” neoplatoniche (Platone ipotizzò l’esistenza di due Veneri, una nata da Urano, il cielo, e detta perciò Venere urania, dea dell’amore puro; l’altra nata da Dione detta Venere pandemia, cioè popolare, dea dell’amore volgare).

In entrambi i casi un nesso connette i dipinti alla cultura neoplatonica laurenziana, nesso confermato dal fatto che il committente aveva precettori neoplatonici, tra cui Ficino. A tal proposito Gombrich nel ‘900 ha attirato l’attenzione su una lettera di Ficino a Lorenzo che lo esorta a indirizzare correttamente il proprio agire, seguendo la congiunzione astrale che ne dominava l’oroscopo: quella di Venere e Mercurio. Insomma, è evidente come i legami con l’ambiente laurenziano siano non solo letterari (la vicinanza a immagini poetiche di Poliziano è stupefacente) ma anche filosofici. La Primavera si può così intendere come illustrazione di uno dei cardini del sistema ficiniano: l’amore che, nei suoi diversi gradi, arriva a staccarsi dal mondo terreno per volgersi a quello spirituale. L’episodio di Zefiro, Clori e Flora rappresenterebbe la forza sensuale e irrazionale dell’amore che – grazie alla mediazione di Venere Humanitas ed Eros – si trasforma in amore diverso e più perfetto (le Tre Grazie nel Rinascimento erano interpretate come i tre aspetti dell’amore oblativo: saper dare, saper ricevere, saper restituire. La Grazia a destra somiglia incredibilmente a Cate Blanchett) fino a spiccare il volo verso le sfere celesti con la guida di Mercurio.

Tale lettura appare oggi la più probabile. Tuttavia, se le interpretazioni iconologiche sono preziosissime e indispensabili in un periodo come quello di Botticelli, c’è il rischio di ridurre questo artista a pedissequo e automatico illustratore di un programma altrui. Invece, la Primavera è una sensibilissima interpretazione dell’artista, anche perché egli stesso partecipa alla cultura prediletta dal suo committente.

Venere, dal mare di Cipro ai fiori d’arancio 1/2

La nascita di Venere

Immagine1

Una donna non con uman volto

Da’ Zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio; e par che ‘l ciel ne goda
Vera la schiuma e vero il mar diresti,
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
La dea negli occhi folgorar vedresti,
E ‘l ciel ridergli a torno e gli elementi
L’Ore premer l’arena in bianche vesti,
L’aura incresparle e’crin distesi e lenti:
Non una, non diversa esser lor faccia,
Come pare che a sorelle ben confaccia.

(Poliziano, Le Stanze per la Giostra)

Venere avanza nuda e leggera su una conchiglia, lungo la superficie del mare increspata dalle onde, in tutta la sua grazia e bellezza. Viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore di primavera, abbracciato a una figura femminile – forse la ninfa Clori, forse l’Aura o Bora – con cui simboleggia la fisicità dell’atto d’amore, che muove Venere col vento della passione. Sulla riva una delle Ore che presiede al mutare delle stagioni, in particolare alla primavera, le porge un magnifico manto rosa ricamato di mirti, primule e rose. È l’ancella della dea, vestita di seta riccamente decorata con fiori e ghirlande di rose e fiordalisi.

Se c’è un particolare che da sempre mi colpisce della Nascita di Venere, è il modo in cui Botticelli è riuscito a rendere il vento: sembra di sentire il sale mentre la brezza increspa appena la superficie del mare, agita i fiori nell’aria, scuote e gonfia i panneggi e infine trasporta la grande conchiglia a riva. Il dipinto risale a qualche anno dopo la Primavera, al ritorno di Botticelli da Roma, dov’era stato inviato da Lorenzo il Magnifico (1482) per affrescare le pareti della Cappella Sistina. Contrariamente al titolo con cui è noto, però, esso non raffigura la nascita della dea, ma il suo seguente approdo sull’isola di Cipro. La posa della dea deriva dal modello classico della Venus pudica – che si copre seni e basso ventre – e Anadiomene – “emergente”, nascente dalla spuma di mare. Eseguito a tempera magra per dare l’intonazione limpida e opaca di un affresco, presenta l’uso dell’oro per le lumeggiature, nei capelli di Venere e su tronchi e foglie.

L’opera sarebbe un’allegoria neoplatonica dell’amore come forza motrice della natura. La nudità della dea non rappresentava per i contemporanei una pagana esaltazione della bellezza femminile, ma piuttosto il concetto di Humanitas: la bellezza spirituale, composta di purezza, semplicità e nobiltà dell’anima.

Bellezza e… difetti La Nascita di Venere è da sempre considerata l’ideale di bellezza femminile nell’arte, così come il David di Michelangelo è ritenuto il canone di bellezza maschile. Poiché entrambe le opere sono conservate a Firenze, i fiorentini si vantano di possedere i canoni della bellezza artistica entro le mura cittadine. Il volto pare che si ispirasse a quello di Simonetta Vespucci, morta a soli 23 anni, e alla bellezza “senza paragoni” cantata da artisti e poeti fiorentini.  In entrambe le opere si individuano però anche alcuni dei sette tratti del corpo della dea Venere comunemente conosciuti come “difetti”: i capelli biondi con colore diverso all’attaccatura, lo strabismo, le rughe a circonferenza sul collo, il dito medio della mano più lungo del palmo, le linee addominale oblique, le fossette (i due piccoli incavi simmetrici sopra le natiche) e il piede alla greca (con l’indice più lungo dell’alluce). 

Imbeviti di bellezza.